Sabato, 31 Ottobre 2020
- - - - - -
A+ R A-

Appunti di una giornata

Saba_Salvemini 

Incontro del 28-29 febbraio 2012  con  gli attori Saba Salvemini  e Annika Strohm

Tracce di scrittura elaborate dai ragazzi

 

Monica D’Aprile (IV ^ A linguistico)

La prima fila di quello che a fatica si sarebbe potuto definire semicerchio era vuota. Come sempre. Ma loro, Saba Salvemini e Annika Strøhm, vogliono che andiamo ancora più indietro. Vogliono più spazio. Spazio per far cosa? Il leggio non occupa molto spazio eppure continuano ad ammassare sedie alle pareti e alla fine concludono che è ancora troppo poco, decisamente troppo poco. L’incontro è dall’inizio alla fine un’incognita e noi siamo costretti ad andare alla cieca, perché si capisce subito che non sarà una cosa come le altre. La prima cosa che Saba Salvemini ci propone è un gioco. Niente di più semplice come inizio. Dobbiamo semplicemente formare un cerchio e prenderci per mano. Un cerchio non una altra forma geometrica, un cerchio. La scelta non è casuale. Se fosse stata una retta, avremmo solo visto i nostri vicini. Se fosse stato un quadrato o rettangolo, gli angoli sarebbero rimasti nascosti. In un cerchio tutti possono vedere tutti. Cosa questa che ci risulterà praticamente inutile quando, due minuti dopo, sappiamo di dover chiudere gli occhi. Solo il “nostro capo” avrà gli occhi aperti e avrà il potere di farci fare tutto quello che vuole, di portarci ovunque desideri in quel momento. Il nostro compito è seguire ciecamente la persona che ci precede e stare zitti. Il cerchio si rompe in un solo punto, fra il capo e la persona che chiude il nostro cerchio spezzato. Per il resto è chiuso, il resto è fuori e lì ci rimarrà, siamo solo noi, hinc et nunc, poi, stop, quando sarà finito il gioco, tutto come prima, ma per quei 5 minuti di cecità siamo uniti, siamo Uno. Chiudiamo gli occhi. Silenzio. Ancora nessun movimento. A occhi chiusi il tempo passa lentamente e la tentazione di aprire gli occhi, solo una sbirciatina, solo una, è forte. Poi incominciamo a muoverci, lentamente, a passi piccoli, per non inciampare. La persona che ci sta davanti è cieca quanto noi. Come fidarsi di lei soprattutto se non la si conosce? Urge un’altra sbirciatina, tanto più che ci stiamo avvicinando a una colonna, se non ho sbagliato i calcoli. Palpebra mezza socchiusa. Ci passiamo vicino. Stringo la mano della mia “inseguitrice”, le tiro il braccio da una parte, per me significa che c’è una colonna. Lei cambia traiettoria, tanto quanto basta per sfiorarla appena. Forse l’avrebbe fatto lo stesso ma ora ce l’ho io in custodia. Io non posso far altro che seguire chi mi precede ma posso fare qualcosa per quelli che seguono. Intanto il chiacchiericcio sale. Gli occhi di tutti si aprono in continuazione spudoratamente. Ci urlano di chiudere gli occhi e di non parlare. Poi usciamo dalla stanza. Metto alla prova le mie capacità di cieca improvvisata. Non apro gli occhi e cerco di capire dove siamo. Mi congratulo con il mio senso dell’orientamento perché, passo più passo meno, ho centrato la posizione. Rientriamo. Camminiamo un altro po’. Occhi chiusi, occhi chiusi! Poi ci fermiamo. Ci è permesso riaprire gli occhi. Il nostro cerchio è una spirale aggrovigliata. Ora sono disorientata anche più di quanto non lo fossi da cieca. Ci stacchiamo e il gioco è finito. L’Uno si è rotto in noi e voi, in io e te. Saba Salvemini procede alla lettura di un brano tratto da “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Narra l’arrivo dei prigionieri al campo di Auschwitz, ne dipinge la paura ma anche la speranza di poter sopravvivere o, e forse sarebbe anche meglio, morire subito per non subire o vedere altri orrori, senza che il corpo venga ulteriormente violato. Perché morire in certi casi è meglio che vivere morendo. Quando arrivano si aspettano di essere uccisi immediatamente, hanno sentito le cose più turpi e inumane sui campi di concentramento, si aspettano l’inferno. Ma l’inferno sembra essere così calmo, gli ordini non sembrano essere neanche ordini, piuttosto dei consigli, dati con un tono di voce così disinvolto e distaccato da non far presagire nulla. Vedono come saranno ridotti due giorni dopo, se il caso vorrà che resistano tutto quel tempo, “uomini” con gli occhi vuoti e spenti, vestiti tutti uguali e tutti ugualmente svuotati dentro. Arrivano nella loro squallida camerata e hanno sete, tanta sete, e sull’unico rubinetto presente c’è scritto Wassertrinken verboten, vietato bere. Qualcuno azzarda, pensando a un bluff, ma l’acqua sa di palude. L’inferno è questo: avere sete e non poterlo fare. Che cattiveria aver messo quell’inutile rubinetto se non assolve alle sue funzioni e che serve solo ad aumentare la sete! Appunto per questo. Si aumenta il dolore mettendo a due passi l’oggetto che potrebbe placarlo, assolutamente inutile, assolutamente inerte. Inferno è continuare a “vivere” aspettando che succeda qualcosa, qualsiasi cosa, anche la peggiore, purché succeda. Rimanere così intrappolati in un non-spazio, in un non-tempo. D'altronde uccidere fisicamente non è la sola morte che si può infliggere a un uomo, come sin dall’inizio ci è stato detto. Si uccide in tanti modi, con le parole, con i gesti, con il comportamento, con un’occhiata, e si uccide tutti i giorni, colpendo poco alla volta l’animo di ognuno finché anche il corpo cede agli insistenti attacchi esterni. È così che è successo allora, in un tempo che si allontana sempre più, ed è così che succede tuttora, cosicché la morte, quella del corpo, sia niente più che una mera formalità. Ora stiamo zitti senza che neanche ce lo dicano, forse parte il minuto di silenzio più vero e spontaneo in quel periodo di commemorazioni. Passiamo a un altro gioco. Si formano quattro coppie e uno dei componenti di ciascuna coppia sarà cieco e l’altro lo guiderà in tutto e per tutto. Poi i ruoli si invertiranno. Come l’altro, anche questo gioco si basa sulla fiducia. Uno è gli occhi, le braccia, le gambe dell’altro. Ma qui le cose sono leggermente diverse. Il rapporto che si instaura fra cieco e guida, è diverso, è più intimo e privato. È un misto di fiducia, forzata, e uno sgradevole senso di pericolo costante. Nel primo gioco tutti erano protetti, si perdevano nell’Uno, qui si è scoperti, vis à vis con quello che potrebbe essere il proprio carnefice. È strano il rapporto che si crea fra vittima e carnefice. A dispetto di quanto si possa pensare, vittima e carnefice hanno bisogno l’uno dell’altro alla stessa identica maniera. "Per umiliare qualcuno si deve essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell'aria.” È esattamente quello che scrive Etty Hillesum nel suo Diario, scritto ad Amsterdam fra il 1941 e il 1943, prima che la portassero ad Auschwitz e qui trovasse la morte. Saba Salvemini ce ne legge un brano e la situazione diventa irreale. Traspare una serena e disarmante speranza che l’autrice ripone nella fine di quegli orrori, in cui peraltro ha ritrovato Dio. E racconta della bellezza della natura, del cielo, che comunque vada nessuno le potrà mai togliere, mentre accanto a lei continuano a morire le persone. Come si fa ad essere talmente forti da ringraziare Dio dopo una strage orrenda come questa? Eppure Etty lo rende possibile. Ha trovato un senso alla vita, mentre con tenacia cercava di aggiungere ogni giorno, un giorno in più a questa stessa vita a cui aveva saputo dare le domande più difficili. Dal modo in cui lo descrive Hetty Hillesum, il rapporto fra vittima e carnefice è di interdipendenza. Il carnefice senza la sua vittima sarebbe una persona comune, forse addirittura buona, che solo particolari condizioni hanno portato a farla diventare prossima alle bestie. Ma è “colpa” della vittima stessa essere una vittima: permette al carnefice di farne ciò che vuole, non si oppone ai soprusi, ma tutto subisce e tutto sopporta. Il carnefice non può fare a meno della propria vittima. La vittima non può fare a meno del proprio carnefice. Discutibile. L’affermazione mi sembra un po’ irrispettosa e azzardata. Se fosse stato così semplice andarsene, non l’avrebbero fatto? Perché fermarsi tanto a lungo in un luogo, tanto da poter vedere tutti i propri cari morire, ma troppo poco per restare in vita? Perché da brave vittime quali erano, non potevano fare a meno dei propri aguzzini? La mia mente rigetta l’idea appena insinuata. Gli ebrei potevano ribellarsi e non l’hanno fatto. Erano molti ma molti di più dei loro carnefici ma ciò non gli ha consentito di opporre resistenza. Ma pensiamo a tutte le persone strappate da un giorno all’altro dal luogo in cui vivevano da sempre, portati in luoghi ostili e minacciosi, divise dal proprio figlio, dal proprio marito o moglie, fratello o sorella, senza sapere che fine avrebbero fatto (o al contrario saperlo fin troppo bene), trattati al pari di bestie o anche peggio. Se anche si fossero ribellati, li avrebbero uccisi. Se fossero scappati in tre, ne avrebbero uccisi trecento. Se avessero ucciso un loro capo, ne sarebbe arrivato un altro e dopo un altro ancora, all’infinito. È difficile lottare per qualcosa quando quel qualcosa sta viaggiando in giro per il mondo sotto forma di cenere. È difficile lottare quando hai un vuoto enorme dentro, allo stomaco, alla mente, all’anima, dappertutto. Li avevano già uccisi molto prima di incenerirli, gassarli e seppellirli. Se avessero avuto la possibilità di cambiare le cose, l’avrebbero fatto. Punto. Testiamo quanto abbiamo letto su vittima e carnefice anche su di noi. Saba Salvemini ci urla di alzarci e noi ci alziamo all’istante. Bravi soldatini. Siamo diventati vittime nel momento stesso in cui ci siamo alzati, nel momento in cui abbiamo deciso di diventare vittime. Al secondo urlo non si alza nessuno. Impariamo in fretta. Trenta o quaranta uomini armati avrebbero fatto la differenza. Si passa lettura di un altro brano, tratto stavolta dal libro “La banalità del male” di Hanna Arendt. Narra il processo di Otto Adolf Eichmann, accusato dal tribunale di Gerusalemme di aver commesso crimini contro il popolo ebraico. L'avvio è di grande significato: Eichmann non esitava a considerare se stesso “sfortunato” nei momenti chiave della sua esistenza. E quali sfortune! La scuola non finita, la carriera non compiuta, la prossimità con persone incompetenti... E in mezzo, la zelante attività di rastrellatore di milioni di ebrei ed organizzatore della loro deportazione. In questo c'è qualcosa che ci riguarda da vicino. Eichmann non era crudele; riconosceva il male e negli altri lo stigmatizzava; sapeva in astratto cosa è il bene e cosa non lo è. Eppure non riusciva a capire che il suo lavoro non era la vicenda burocratica di un funzionario qualsiasi, ma lo sterminio di milioni di persone, condotto fino all'ultimo giorno con rigore. La sua storia ci riguarda perché ci fa chiedere cosa saremmo stati capaci noi di fare in circostanze come quelle. Si pensava che Eichmann fosse un uomo scaltro, dotato di un ingegno particolare, dalla personalità a suo modo affascinante. Niente di tutto questo. Solo un burocrate, neanche tanto intelligente a dirla tutta, con un’unica caratteristica, apprezzatissima dal regime, cioè quella di non far domande e svolgere il proprio lavoro con metodo. D’altronde personalità di spicco erano difficilmente gestibili e potevano diventare scomodi per la vita del regime. Molto meglio, quindi, tanti Eichmann, che per sua stessa ammissione, si era posto la domanda se ciò che facesse fosse giusto o ingiusto solo poche volte. La sua dote più spaventosa era la sua assoluta normalità. Sarebbe stato meno temibile un mostro inumano, perché proprio in quanto tale rendeva difficile che qualcuno potesse identificarvisi. Ma quel che diceva Eichmann e il modo in cui lo diceva, non faceva altro che tracciare il quadro di una persona che sarebbe potuta essere chiunque: chiunque poteva essere Eichmann, sarebbe bastato essere senza idee, come lui. Prima ancora che poco intelligente, non aveva idee e non si rendeva conto di quel che stava facendo. Era semplicemente una persona completamente calata nella realtà che aveva davanti: lavorare, riordinare numeri sulle statistiche, cercare una promozione. Poco male se questa promozione dovesse passare per qualche migliaio di morti. È appunto questa la banalità del male per la Arendt: l’assoluta passività con cui si accetta di farlo, non perché si sia realmente malvagi, ma per l’impossibilità di rendersi conto della portata delle proprie azioni, l’assoluta estraneità con cui le si compie, perché, in fondo, gli ordini vengono dall’alto e dall’alto non si possono discutere. Anche questa, al pari della considerazione sollevata prima, potrebbe risultare impossibile da realizzarsi. Eppure è successo. Come si fa a non accorgersi di ciò che si fa? Di quanto male si sta facendo? Eppure, ripeto, è successo. D’altronde la Arendt sottolinea in un’altra sua opera, “Le origini del totalitarismo”, di come non fosse obiettivo del regime inculcare le proprie convinzioni, ma di distruggere la capacità di pensiero. Con Eichmann e mille altri come lui ci riuscirono. 

Passiamo a un altro gioco, l’ultimo. Dodici di noi sono al centro della stanza, ordinati in tre file da quattro. A un ordine di Saba Salvemini devono abbassarsi, saltare, andare avanti, in dietro, a sinistra, a destra. Facile. Ma viene aggiunta una tacca alla scala della difficoltà: la sinistra diventa la destra, e viceversa, saltare diventa libertà e piegarsi ingiustizia. Sinistra! E tutti immancabilmente si muovono a sinistra. Qualcuno centra un movimento di tanto in tanto, altri, seguendo l’istinto continuano a sbagliare e altri ancora rimangono immobili a ridere o a cercare di indovinare il prossimo movimento. È bastata una parola per mandarci in crisi. Ma la cosa diventa ancora più evidente quando a gioco finito (?), dice a una ragazza di andare a sinistra. Sarà la sinistra vera? Sarà la destra, invece? Un tranello? O è la verità? Il gioco è finito sì o no? Lei propende per il no e si muove a destra, soddisfatta. Ma sai qual è la sinistra? Fino a cinque minuti fa ci avrei giurato. Che strana cosa la parola. Ci abbiamo messo 18 anni ad imparare a distinguere la destra dalla sinistra, nelle nostre menti di bambini ci è costata fatica questa distinzione. E poi un giorno, in un gioco, puff, le cose cambiano, si invertono, si mischiano, si confondono, si annullano. La parola è l’unica cosa che ci permette di comunicare. La parola è tutto ma è anche niente. Come direbbe Hobbes non c'è nulla di reale che corrisponda ai nomi; è arbitraria la scelta di particolari nomi da assegnare a un gruppo di immagini. L'attribuzione di nomi ha quindi senso solo in una convenzione tra coloro che parlano, senza che ci debba essere un qualche riscontro ontologico. È proprio questa sua “ambiguità” che fa della parola una delle armi più temibili che un uomo ha per assoggettare al proprio volere un suo simile. A quel gioco, qualcuno si è mosso, ha sbagliato, ha indovinato, ma molti sono rimasti fermi, disorientati. Ed è proprio questo stato, in cui si è più indifesi, scoperti, inermi, che permetterebbe a qualsiasi persona di avere il controllo su di noi senza che gli venga opposta resistenza. Si è così frastornati dagli eventi che il primo che dimostri qualche capacità in più di noi è un buon capo! In tutto questo mi vengono in mente alcuni passaggi del libro di Orwell, “1984”, dove esprime per varie volte che il concetto in filosofia, in religione, in etica e in politica, due e due avrebbero potuto fare cinque, ma fino a che ci si manteneva nell'ambito di disegnare un aeroplano o un fucile dovevano fare quattro. E di nuovo, forse ancora più significativo, quando O’Brien tortura il povero Smith, ritornando sullo stesso argomento, dice che due più due avrebbero potuto fare tre o quattro o cinque o tutti e tre insieme se solo il regime avesse voluto che fosse così. E lui avrebbe dovuto crederci in qualsiasi circostanza, cambiando opinione da un giorno all’altro, da un momento all’altro, ma sempre con la ferma convinzione che ciò fosse assolutamente vero. Si attua una strategia più sottile e pericolosa: il vocabolario diventa sempre più povero, le parole sempre di meno e sempre le stesse, e se non ci sono parole, i pensieri non possono prendere forma, rimangono in un recesso della nostra mente, informi e inespressi. Ecco eliminata la capacità di pensiero. Quanto potere che ha la parola. Ormai manca poco al termine di quest’incontro e l’unica cosa che rimane è la lettura da parte di Annika Strøhm del monologo “La moglie ebrea”, tratto dall’opera teatrale “Terrore e miseria del terzo Reich” di Bertolt Brecht. Narra la tormentata e struggente decisione di una moglie ebrea che sceglie di lasciare il marito tedesco per non provocargli altri ulteriori problemi. E prepara i bagagli, telefona a tutti i suoi conoscenti per mettere a posto le cose più futili, organizza un discorso convincente e deciso, tutto questo in assenza del marito: troppo sarebbe il dolore che proverebbe per convincerlo che ciò che sta facendo è giusto quando neanche lei ne capisce la logica e l’utilità. Fosse per lei, non abbandonerebbe mai l’uomo che ama, la città in cui è nata e cresciuta per andare a vivere in un’altra completamente sconosciuta, ma è costretta. Ed è arrabbiata, tanto arrabbiata per questo. Perché non capisce dove sia il problema in lei. Le mani? Il colore dei capelli? La forma del suo volto? Cosa allora? Ripensa a ciò che il marito le diceva qualche tempo prima, e cioè che ci sono persone che valgono e persone che valgono meno, e che alle prime si da l’insulina quando hanno il diabete e le altre, le si lascia morire. Allora le sembrava una cosa naturale. Ma poi con la nuova distinzione di genere, appartiene alla categoria di quelli che valgono meno. Se ne accorge ora delle ingiustizie, quando la coinvolgono e ne è lei la vittima. D’altronde non è difficile riscontrare in Brecht altre situazioni dello stesso genere. L’incanto, l’autoconvinzione quasi raggiunta, così faticosamente, si rompe quando compare Fritz, l’amato marito. Si scioglie in lacrime, come fa a lasciarlo? Deve. Lo deve lasciare perché la sua presenza gli diventerebbe odiosa, se causa di continue discriminazioni anche nei suoi confronti. Lo deve lasciare non perché non lo ami abbastanza, ma perché lo ama troppo. È struggente. Cercano di rassicurarsi a vicenda, si dicono che è solo un momento, passerà, fra due o tre settimane torneranno insieme, ma si capisce che nessuno dei due ci crede neanche un po’. È straziante. Ciascuno dei due sa che l’altro è perfettamente a conoscenza dell’impossibilità di ricongiungersi una volta separati. Ma non lo dicono. A che servirebbe d’altronde? Dirlo non migliorerebbe le cose, non le cambierebbe. È meglio vivere in quest’illusione, almeno finché dura. La storia di Judith e Fritz  è simile a quella di miglia di altre coppie, in ogni luogo e in ogni tempo, ma non sono altro che un piccolo punto totalmente insignificante per il più ampio e folle progetto della razza perfetta. Ci lasciano con quest’ultima suggestione e mi sembra come se tutti fossimo sospesi, in attesa di qualcos’altro (che non sappiamo neanche noi cosa sia), straniati da tutto ciò che è fuori e concentrati su tutto ciò che è accaduto dentro. In fondo continuiamo ancora a condividere le stesse emozioni, ad essere Uno. Almeno fin quando non avremo abbandonato questa stanza.

Valeria Giliberti (V^ A  Scientifico)

Un gioco.
Un gioco. E’ stato un gioco per loro. Le regole le hanno dettate in pochi, ma quei pochi sono riusciti a coinvolgere una popolazione intera, una religione: quella ebraica. Il gioco era abbastanza semplice: lui, nazista tedesco, ha “aperto la partita”, ha dettato le sue regole; io, ebreo, di qualunque nazione,dal momento esatto in cui avessi deciso di partecipare, avrei dovutosolo sottostare ai suoi ordini e obbedire.
Avrei potuto dire “no grazie, non partecipo”. Un piccolo rifiuto, gentile e diretto. Non avrei fatto del male a nessuno.
Ma non è così facile quando gli altri giocatori usano pistole, invece delle carte. 
Quando minacciano di uccidere un figlio, un marito, un genitore, la scelta diventa automatica. non ho desiderato essere una vittima, non l’ho augurato a nessuno, mai lo farò, ma come avrebbe fatto chiunque, anch’io ho preferito dare la mia vita piuttosto che quella dei miei cari, senza sapere che in realtà, la vita, l’avremmo persa tutti.
Eppure era un gioco. Un gioco di ruolo, al massacro. I personaggi principali erano essenzialmente tre: chi dettava le regole; chi vi ubbidiva; chi le doveva far rispettare.Ma chi giocava realmente era proprio chi doveva far rispettare le regole, i carnefici, mentre le loro pedine erano i partecipanti, gli ebrei, le vittime.
Il modello ideale da seguire per il “buon carnefice” era un certo Adolf Eichmann, l’uomo che “ha solo eseguito gli ordini”, con uno scrupolo e rigore che più che invidiabili, erano macabri.  Le sue armi erano di carta, innocue all’apparenza, ma ciò che poteva fare un funzionario tedesco, era molto peggio di un soldato con in mano un gelido e fatale pezzo di metallo. Eccolo: il nostro “esperto di ebraismo”, come decise di candidarsi per far carriera, tra le file delle SS.
C’è un’interdipendenza tra vittima e carnefice? Non abbiamo mai sentito la necessità di carnefici, di un uomini - poiché, purtroppo, loro avevano ancora la convinzione di essere tali-  che ci urlassero, a pochi metri di distanza, ordini incomprensibili nella loro strana lingua; che ci sputassero addosso come fossimo malfattori; che ci separassero dalle nostre famiglie; e che ghignassero di fronte alle nostre suppliche e alla nostra disperazione.
Potevano provare le stesse nostre sensazioni, i nostri sentimenti, le nostre angosce e le nostre passioni, i nostri sogni. Erano anche loro esseri umani, come noi, o lo erano stati un tempo, quando era più facile sentire il battito del loro cuore ora coperto dal tintinnio delle cinghie dei loro stivali borchiati, abituati a marciare tanto nei campi, quanto su cumuli di cadaveri.
Ma per fortuna, sono riusciti a prendersi soltanto i nostri corpi e, forse, l’involucro dei nostri cuori: ma l’essenza, quella apparterrà per sempre a noi. Ed è tanto meglio avere una sola anima, piuttosto che due corpi vuoti.

Davide Morelli (V^A scientifico)

Marciano

Marciano senza voglia di agire
Calpestano senza scrupoli
Brancolando in un’esistenza mai vissuta
Scrutano una linea di orizzonte unica,
Immane, che si confonde con il resto
Non diversi dalle vittime,
Non diversi dale prede,
Non coscienti,
Non pensanti,
Non credenti,
Non umani.

Isolati,recitanti,banali,
Piante grasse in una teca di cristallo
Umiliati dai loro stessi occhi del domain
Cavie non stupide,
Ma indottrinate.
Fanatici religiosi
Crociati di un dio terreno.
Persi nell’oblio
Di un gioco assurdo
A loro sconosciuto.

Pedine umili
Convinti del giusto
Ingranaggi della perversione umana
Prodotti giusti per una società malata.

Questa è la tristezza di un mondo
Di corone di spine,
Un rovo nel quale le appendici
Trafiggono e lacerano la linfa madre,
E non lasciano agire altro vicino.

Questa è il fondo su cui siamo caduti
Pochi sono gli svegli:
Pochi sono le regine,
Ancora di meno gli uccelli.

 
 

Sede Amministrativa

Liceo "Majorana - Laterza"
Via Foggia La Rosa, 3
70017 Putignano

Recapiti telefonici

Telefono: 080 4911971

Fax: 080 4054708

Codici Istituzionali

Codice Meccanografico:
BAPS36000G
Codice Fiscale:
91127730728
Codice Univoco Ufficio:
UFC79O
Codice IPA:
lmlat
IBAN:
IT78Q0760104000001043981438